Oggi è morta Nadia Toffa.

Un grande risalto mediatico per tutto quello che ha fatto, detto e rappresentato. Ha portato in piazza un’ospite scomoda e l’ha resa pubblica, ridicola, quasi una di noi…

Ora è finita e le domande arrivano tutte. La mia ipocondria si riprende dal sonnellino che si fa ogni tanto e le “grandi” domande ritornano.

Purtroppo è un ciclo. Non la vita e la morte, la mia continua gimcana tra lo stare bene ed avere un discreto equilibrio e il baratro del “finirà tutto e soffrendo farò soffrire tutti”…

Che devo fà? non lo sò…

Sò solo che è la mia via. Da sempre, da quando ero piccola e già sognavo di morire ed uscire dal corpo. Da quando avevo (e ho ancora), la chiara sensazione di essere qualcosa che sta dentro il mio corpo.

Ma allora perché mi perdo e inizio ad avere paura?

Perché mi restringo, mi fisso, rallento il mio essere fino ad attaccarmi a questa vita?

Soffro quando vedo morire le persone, i bambini in particolare, o le mamme…

Poi una strana forza mi riprende e mi fa vedere. Lo vedo, anche se vedere non è la parola corretta…

I sensi non hanno niente a che vedere con questo livello di comprensione… è qualcosa che viene da un’altra parte.

Ma mettersi in contatto con questa parte non è facile. Entrare nel loop di trovare un senso è un attimo. Cerco spiegazioni, soluzioni. Ma è come andare a pesca con un ombrello, mangiare la minestra con la forchetta.

Non è quello che serve… Per fare il passaggio di livello non serve la mente, né la memoria, tanto meno la cultura… neanche le emozioni. Quelle spesso ti tradiscono.

Allora che serve?

Quello che non ha nome. Quello che è ed è sempre stato e sempre sarà.

La meravigliosa amicizia con ciò che realmente siamo che immediatamente fa perdere di importanza ciò che sta accadendo, anche la morte.

Ritrovare il “chi realmente siamo” è il viaggio di una vita, di mille vite. Le nostre e quelle di tutti i maestri che incontriamo.

Grazie Nadia, grazie Cinzia, grazie di cuore, o meglio di Anima!